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LIBRI

N-W, Zadie Smith


Io sarei qui al Greenwich Village, in una della torri anonime e funzionali che ospitano i docenti della New York University dove Zadie Smith insegna scrittura creativa, per un┤intervista su N-W, il suo nuovo libro che esce in Italia per Mondadori. Un romanzo londinese: N-W, che indica il North West della cittÓ, Ŕ riambientato a Willesden, il quartiere popolare e multietnico dove Zadie Ŕ cresciuta, che ha fatto da sfondo al suo libro rivelazione Denti bianchi, scritto ai tempi dell┤universitÓ
Redazione 19 Marzo 2014 Condividi
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A questa bella donna affannata, in T-shirt e bermuda, con il berretto da baseball anche in casa e con le lentiggini sulla pelle scura che stanno lì a ricordare che è figlia di una giamaicana e di un inglese, ma anche a spiegare perché è così (letterariamente) concentrata sull´identità, l´appartenenza, il cambio di status e la nostalgia delle origini, dovrei chiedere un sacco di cose, spero non tanto sceme, ma la prima che mi viene in mente è: non c´è nessuno che vi aiuta, qui in casa? Già, perché, oltre a Harvey, c´è Katherine, tre anni, per fortuna all´asilo, e non si vedono nonne in giro, mentre il marito, lo scrittore e poeta irlandese Nick Laird, se ne sta chiuso in una stanza a lavorare. 

Zadie sospira e risponde (un po´ in italiano e un po´ in inglese visto che ha vissuto quasi due anni a Roma, rione Monti) che, per fortuna, dopo un paio di mesi "di vero casino" questa settimana è venuta a dare una mano una signora tanto carina di Trinidad. "Con Nick, prima, facevamo tutto da soli, perché io ho un problema: da quando ho letto Nickel and Dimed, un saggio sulla condizione del personale domestico negli Stati Uniti, ho deciso che non avrei mai assunto una tata o una donna delle pulizie. Ma non c´è un modo più gentile per dirlo in italiano?".

La aggiorno sulla definizione politicamente corretta, colf, e insisto: che c´è di male ad assumerne una? L´importante è pagarla bene e trattarla meglio. Giusto, dice lei. "Ma qui a New York tutte le donne che fanno questo lavoro sono nere o giamaicane. Per me è complicato".

Ecco che entriamo nel vivo della questione e anche di N-W, che si sviluppa sulla storia di due amiche figlie della working class: una bianca, Leah, e una nera, Keisha, e su alcuni personaggi di contorno. Leah studia, si laurea, ma non fa il salto di classe, si accontenta di un lavoretto nella beneficenza, abita in un alloggio popolare, ha un marito parrucchiere che ama, al quale, però, non dà un figlio perché non vuole uscire dalla sua bolla di giovinezza prolungata e inconcludente. Keisha invece vuole emergere: si sceglie un nome più europeo, Natalie, sposa un ricco mulatto di origini italiane, compra una bella casa, fa carriera come avvocato, mette al mondo due figli che affida senza remore alla baby sitter. E sprofonda in una perdita di senso che le induce comportamenti non proprio rispettabili.

"Ci ho messo sette anni a scriverlo e solo alla fine ho capito che le due protagoniste sono io". Abbastanza ovvio, ammette, ma non se n´era proprio accorta. "È un libro più sotterraneo e oscuro degli altri, c´è meno freschezza, lievità, ironia. Sono una donna adulta, finalmente. Questo è il mio romanzo di svolta, ogni scrittore ne ha uno: Philip Roth mi ha detto che il suo è stato La controvita. È stato difficile scrivere certe cose, perché io ho una grande propensione a rendere la gente felice, non voglio deluderla". 

Conflitti. Con le proprie origini, di cui liberarsi, ma anche da difendere. Con l´assimilazione, che offre opportunità, ma toglie identità. Con la promozione sociale, che, una volta raggiunta, non è così appagante come sembrava. "Questa corsa veloce per ottenere tutto: ho delle amiche con un buon lavoro, un marito, un figlio, una bella casa. Hanno tagliato il traguardo, ma c´è un traguardo? E come hanno vinto questa gara?". 

Zadie, poi, non è tanto convinta che il passaggio dalla classe operaia al ceto medio sia così entusiasmante. Mentre scriveva, lei, che è la prima intellettuale della sua famiglia e che riconosce tutto il valore emancipatorio dell´istruzione, si domandava se una vita borghese renda più felici. "Forse dovrebbe, ma i bambini del ceto medio non mi sembrano tanto felici, sono soli, isolati. Un vantaggio delle case popolari in cui sono cresciuta è che vieni su circondato da una comunità. Non sei inscatolato in una villetta con dei vicini che non sanno come ti chiami. Queste torri in cui abitiamo a New York mi ricordano quell´atmosfera, solo che qui è tutto pulito e organizzato, c´è anche l´asilo". 

Nella sua raccolta di saggi Cambiare idea (minimum fax) ce n´è uno, Il dono delle lingue, basato su una conferenza tenuta alla New York Public Library nel 2008. In apertura, Zadie dichiara che la voce molto british con cui sta parlando non è quella della sua infanzia, ma quella acquisita a Cambridge (dove è entrata grazie a una borsa di studio inimmaginabile anche nel civile Regno Unito, di questi tempi). Come dire che il successo non cancella la memoria. "No, non la cancella. Per il povero che diventa ricco, o il nero che si fa bianco c´è sempre un senso di tristezza e vergogna per aver perduto qualcosa, perché la vita della working class regala un grande senso di vicinanza e divertimento, la gente è rilassata, c´è più umorismo. Tutte cose che non trovo nel ceto medio. È difficile cambiare, la gente pensa sia giusto diventare ricchi, salire di status, ma lasciarsi dietro la famiglia non è facile. Anche per quello che riguarda il lavoro: se vuoi farne uno intellettuale e i tuoi genitori non sono istruiti, c´è un equivoco, una tensione che il figlio di un professore universitario non sa proprio cosa sia". 

Va detto che Zadie la fa un po´ lunga con questa storia della ragazza della via Gluck, perché la madre era un´ assistente sociale che, più avanti negli anni, si è presa anche un diploma in psicoterapia; e il padre era un operaio con i suoi interessi culturali. In casa non c´erano i soldi, ma i libri sì. E qualche volta si andava perfino a teatro.Il piccolo Harvey reclama attenzione, e non vi dico il cane. Il bambino è bellissimo e britannico che di più non si può. "In effetti ha tre nonni bianchi" dice Zadie, contemplandolo. La esorto a confidare nei capelli, magari un giorno gli cresceranno i dreadlocks

Quando ha iniziato N-W, Zadie Smith era una giovanotta senza grandi impegni, se non verso la sua creatività, adesso è, anche, una madre di famiglia. E, all´etnia e alla classe, i temi forti della sua indagine sull´identità, si è aggiunto il tempo. "Mia madre ha vent´anni più di me, io ne ho 37 più di mio figlio e 35 più di mia figlia. Il tempo in cui misuriamo la vita è cambiato, è una rivoluzione. È facile immaginare fra vent´anni gli articoli sul New York Timesdi questi bambini che si lamenteranno perché i loro genitori sono morti quando loro erano giovanissimi. Mio padre mi ha avuto da vecchio, quando mi veniva a prendere a scuola era imbarazzante e lui lo sapeva. Oggi quasi tutti i papà fuori dall´asilo sono brizzolati e cascano dalle nuvole se gli fai notare che avranno sessant´anni quando i loro bambini ne avranno dieci. Non vedranno i loro nipoti, probabilmente neanch´io. È un peccato. Ormai si fanno i figli e si perdono i genitori nello stesso arco di tempo e poi, quando i figli hanno imparato a vestirsi da soli, sei già vecchio e non sai com´è successo". 

Per tirarci su il morale riprendo una frase del suo romanzo. Un personaggio assai malmesso dice che dare la vita a un bambino equivale a una sentenza di morte. Constatazione tipica della depressione post parto, ma lei sdrammatizza: "È un´idea di Beckett, dice che non ha avuto figli perché, se nascono, devono morire, ma è un´idea assurda. Cioè, come dite voi italiani, non esageriamo: funziona sul piano razionale, filosofico, ma non su quello umano. I figli sono un dono e quando sei nato non contano più i ragionamenti. Moriremo tutti, ma cerchiamo di farcene una ragione, Beckett, invece, no".

Zadie apprezza il nostro buon senso. Ha nostalgia dell´Italia, dove progetta (già?) di ritirarsi in vecchiaia e da cui si porta dietro un interrogativo inquietante: "Perché i giovani italiani sono così nostalgici degli anni Sessanta? Da voi c´è la sensazione che tutto sia già stato fatto, sperimentato, goduto, che il futuro non riservi novità. E un marziano che atterrasse a Roma penserebbe che Gianni Agnelli è ancora vivo: ogni giorno c´è un articolo su di lui".

Vista la sua innata propensione a regalare felicità, Zadie ha sconfinate riserve di ottimismo. "Che però nella scrittura fa a pugni con un ragionevole e necessario scetticismo. Forse sono troppo fiduciosa, mi sveglio allegra e convinta che il mondo sia sostanzialmente buono, ma so anche che sono così perché sono nata nel 1975 in Inghilterra e non nel 1420 in qualsiasi posto. Nascere nera in un altro decennio o secolo non sarebbe stato così semplice, è stato solo un caso fortunato e devo ricordarmelo sempre". 

È stato meno fortunato il caso che le ha attribuito l´appartamento in una torre invece che in un´altra, nella residenza dei professori: "Quando c´è stato l´uragano Sandy siamo rimasti cinque giorni senza luce, acqua, pane. La torre di fronte, invece, aveva un generatore e noi, dalla nostra casa illuminata con le candele, vedevamo i dirimpettai che facevano la corsa da fermi sul tapis roulant. Altri tre giorni e saremmo piombati nella disperazione, coltivando cattivi pensieri. Quelli dell´altra torre l´hanno capito: la notte di Halloween hanno vietato l´accesso nel palazzo ai nostri bambini che volevano fare dolcetto o scherzetto. Sapevano che avremmo chiesto di fare una doccia, o un pezzo di pane. A pochi isolati di distanza c´era gente che si barricava in casa con il terrore di essere derubata o uccisa. La civiltà è una crosta sottile, ci vuole niente a spezzarla". 

Zadie è così, anche nella scrittura: leggera o assertiva, ondeggia fra umorismo e disillusione. È sempre una questione di identità, che non è solo un fatto di pelle e di classe ma, per fortuna, si costruisce sulle esperienze individuali. Lei ha imparato l´assertività a Cambridge, università concepita per giovani uomini bianchi e ricchi. "Ora ci sono studenti diversi, ma il sistema è lo stesso e le donne continuano a far meno carriera degli uomini non perché siano più stupide o impreparate, ma perché il sistema educativo è declinato al maschile. Il primo anno mi hanno fregato all´esame finale perché non avevo capito che dovevo scrivere il mio saggio come un uomo, con sicurezza e autorevolezza, e non come le donne, che usano una sfilza di avverbi dubitativi. Ho imparato a scrivere i saggi come un uomo, ma ora mi voglio riprendere i miei forse". 

Intervista di Annalena Benini


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