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INTERVISTE

Matteo Calvaresi, nanoparticelle per combattere l´inquinamento atmosferico.

fonte. magazine.unibo.it

Abbattere l´inquinamento atmosferico con l´uso di cementi additivati con nanoparticelle fotocatalitiche trattate con il grafene: è l´obiettivo del gruppo di lavoro dell´Alma Mater all´interno del Consorzio Graphene.
Redazione 27 Maggio 2015 Condividi
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Cosa sono le particelle mangiasmog e come possono contribuire a ridurre l’inquinamento?
Una delle soluzioni più efficienti proposte dalla scienza per contrastare l’inquinamento dell’aria è l’utilizzo della fotocatalisi. La fotocatalisi è il fenomeno naturale attraverso il quale una sostanza, detta fotocatalizzatore, assorbe la luce (solare o artificiale), attivando alcune molecole di ossigeno presenti naturalmente nell’atmosfera. Le molecole di ossigeno attivate reagiscono con gli inquinanti, ed attraverso una serie di reazione chimiche, li decompongono e li trasformano in prodotti innocui. Superfici trattate con rivestimenti fotocatalitici sono in grado di abbattere gli inquinanti tossici dell’aria prodotti dalle automobili, dalle fabbriche e dal riscaldamento domestico. Rivestire con prodotti a base di particelle mangiasmog il 15% delle superfici urbane a vista consentirebbe di ridurre l’inquinamento di circa il 50%.

Cosa è il progetto Grafene e qual è il ruolo dell’Università di Bologna?
L’Università di Bologna è entrata da circa un anno a far parte del Consorzio Grafene, una delle più importanti iniziative di ricerca mai avviate in Europa: un programma di investimenti per un miliardo di euro che coinvolge 142 gruppi di ricerca accademici ed industriali in 23 diversi paesi. Lo scopo del consorzio è quello di portare in dieci anni questo materiale, dalle incredibili proprietà meccaniche ed elettroniche, dai laboratori di ricerca ad applicazioni tecnologiche reali, al fine di ottenere importanti ricadute sul tessuto sociale ed economico dell´intera Europa. L’Università di Bologna si occuperà di creare una seconda generazione di nanoparticelle fotocatalicamente attive, sintetizzando delle strutture ibride tra ossido di titanio, il materiale normalmente utilizzato per la fotocatalisi, e il grafene e valutare poi le performance dei nuovi composti su sistemi modello di inquinanti.

Come si crea un rapporto virtuoso con le aziende?
Attraverso il riconoscimento reciproco delle diverse modalità e finalità con cui si fa ricerca. La ricerca universitaria è spesso ricerca di base. Anche se di eccellenza, riesce solo con estrema difficoltà a interfacciarsi con il sistema produttivo. La ricerca industriale è invece naturalmente volta alla tecnologia e alla applicazione e non tende necessariamente al miglioramento delle conoscenze scientifiche. Un rapporto virtuoso di collaborazione deve cancellare ogni pregiudizio nel diverso modo di fare ricerca tra i due ambiti. Non esiste una ricerca “più giusta” o “migliore”, ma occorre un riconoscimento reciproco ed una convergenza verso la complementarità. Il Consorzio Grafene è proprio un esempio di questo tipo di collaborazione.

Qual è a suo avviso il ruolo della ricerca e quali ricadute può avere a livello sociale?
Queste nanoparticelle di seconda generazione saranno in grado di assorbire una porzione maggiore della radiazione luminosa sfruttando anche la banda del visibile oltre a quella ultravioletta. Questo limite delle attuali tecnologie causa un grande spreco di energia disponibile. Le nuove nanoparticelle fotocatalitiche contenenti grafene hanno già mostrato, dopo solo sei mesi di lavoro, un notevole miglioramento dell’attività fotocatalitica. Questo apre la strada a nuove applicazioni come l’utilizzo della fotocatalisi anche in condizioni di scarsa illuminazione (per esempio nei cieli del Nord) o per applicazioni indoor, per la sanificazione dell’aria che quotidianamente respiriamo nelle nostre case, in edifici pubblici o nelle fabbriche. Inoltre, questi nuovi fotocatalizzatori potrebbero trovare applicazione anche in altri ambiti come quello della creazione di rivestimenti antimicrobici per usi sanitari o per l’abbattimento di inquinanti nelle acque.

Come possono i cittadini contribuire?
I cittadini devono mostrare fiducia verso la ricerca e i ricercatori. Vogliamo dimostrare che la chimica può essere la soluzione e non la causa del problema dell’inquinamento. Attraverso il contributo del 5 per mille all’Università di Bologna, i cittadini possono aiutarci nel tentativo di trovare soluzioni capaci di abbattere in maniera rapida e duratura le sostanze inquinanti presenti nell’aria che quotidianamente respiriamo e contemporaneamente permettere ai nostri giovani ricercatori di continuare a fare quello che loro amano: la ricerca.

(magazine.unibo.it)


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