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L┤ultima madre


MarÝa Ŕ una semplice casalinga di un barrio di Buenos Aires. I militari hanno fatto sparire i suoi due figli e ora MarÝa cerca la veritÓ. Per questo viene imprigionata e torturata. Il libro di Giovanni Greco Ŕ la storia di una donna coraggiosa che scava nel passato della sua famiglia e di un intero paese.
Redazione 18 Marzo 2014 Condividi
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María è di quelle che i capelli si tagliano con la luna nuova perché crescono più forti. Di quelle che parlano da sole ad alta voce con i morti e ne ascoltano le risposte. Di quelle che se proprio devi buttare il pane vecchio, prima ci appoggi le labbra sopra e poi lo butti a occhi chiusi. Di quelle che si fanno il segno della croce e si baciano il pollice dicendo amen, quando vedono l’immagine di un santo o della Madonna all’angolo di una strada. María è di quelle che il dolore e la malattia non vengono mai a caso e c’è sempre chi sta peggio. Di quelle con un dito mangiato dal cane che sanno quando cambia il tempo perché, quando si fa brutto, ritornano a bruciare le stimmate. Di quelle che spazzare che è poco sporco non le dà piacere, e si è sempre lasciata un po’ di sporcizia da qualche parte, ha sempre aspettato un giorno in più del dovuto prima di ripassare la scopa, si è sempre trovata altre faccende più urgenti per poter scoprire l’ora dopo o il giorno dopo qualche granello di polvere in più. Non che ami la fatica, le ragnatele o i riccioli di polvere, dentro i quali magari si nascondono animaletti senza nome che le fanno pure schifo. No.

Ma spazzare per spazzare quando è davvero pulito, che sono tre giorni e tre notti che spazza solo per far passare il tempo che non passa, è veramente una cosa che le fa girare la testa. Potrebbe farlo a occhi chiusi, in ogni caso, conosce quei pochi metri di stanza a memoria: ma non le viene da fare nient’altro, un altro dolce, un’altra preghiera, niente. Non riesce a smettere di spazzare e non riesce a smettere di grugnire, spazzando. Sorride ogni tanto, anche ora lo sta facendo, perché si vede, sente il suo respiro e sente la scopa che torna sullo stesso punto del pavimento, sullo stesso giro di mattonelle malandato: e forse è da lì che sale il riso, il sospiro, lo sbuffo, dal solletico del pavimento. Si vede sorridere con gli occhi socchiusi e allora si ferma in silenzio, come se vedesse un’altra ancora più vecchia di lei che scopa e sorride: e lei è vecchia, Dio solo lo sa quanto è vecchia, tanto che se glielo si chiede neppure lei ci crede a dirti gli anni che ha passato. Ma non vuole pensarci ora a tutti quegli anni, che non c’è proprio motivo per pensarci in questo momento che si sta passando il manico della scopa sulla fronte e sulla bocca mezza sdentata e sugli occhiali enormi che tira su: che calano di continuo, quegli occhialoni che la fanno una mosca, su quel naso minuscolo che spunta appena su un viso ancora più minuscolo per la magrezza. La magrezza: oltre il viso, le caviglie e le gambe, sottili come gli spaghi per i pacchi marroni, e le braccia, pelle e ossa, che sono tutt’uno con la scopa, e le dita delle mani, piene di macchie, girate in tutte le direzioni, come succede alle donne di quell’età. E infine c’è la pancia, quella sua pancia, quel suo ventre, come attaccato a un lungo osso spolpato, che è gigantesco, quello di una donna che conta gli ultimi giorni, maledice le ultime ore prima di partorire. Sì, una bella pancia a punta, che si dice sarà femmina, che non ci sta più sotto il vestito come tutte le pance di tutte le donne che maledicono con un sorriso gli ultimi minuti prima del parto – una pancia sopra la quale, ogni tanto, quelle mani spinose passano e ripassano e poi d’un tratto si fermano a cercare di capire se per caso non sia tutto uno scherzo quei nove mesi…

Quando non spazza, quando proprio non ce la fa più a spazzare, allora rimette in ordine che è già tutto in ordine e non ce n’è bisogno, lentamente, spolvera e rispolvera le fotografie con un panno, a una a una, le tante fotografie tutte incorniciate, piccole e grandi, che tiene in tutti gli angoli della stanza e che sono già pulitissime e brillano. Dà l’impressione, mentre spolvera, di ascoltare della musica, perché ogni tanto si ferma con quella foto in mano e chiude gli occhi, proprio quella foto lì, dondola lentamente la testa, si morde le labbra, ingoia la saliva, quella foto che non è quella che ha preso prima, è un’altra e manda un’altra musica che poi si capisce subito che la musica non c’è, che anche prima non c’era, e che non sta ascoltando qualcosa fuori di sé, ma forse solo una piccola contrazione preparatoria dentro di sé, cosa normale nelle sue condizioni. Ogni tanto va alla finestra, alla finestra della stanza di una vita che dà sulla strada, scosta la tenda, guarda veloce e poi, rimessa a posto la tenda, si fa il segno della croce e abbassa gli occhi verso i piedi, pudica. Ogni tanto mormora qualcosa, canticchia il motivetto che ha sentito prima o forse apre solo la bocca e già pare che dica qual- cosa senza davvero parlare, il verso di un animale preistorico: una preghiera, forse un nome, il nome, quel nome, sorride, ma non è davvero un sorriso il suo, pare più la smorfia di chi ha mandato giù tutto insieme un sorso bollente di mate amarissimo e spalanca la bocca che entri aria fredda – si gira all’improvviso (lo fa spesso e non se ne accorge quasi più), che ha l’impressione di essere seguita anche in casa, anzi proprio in casa, dopo tutti gli anni che l’hanno seguita fuori.

 


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