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INTERVISTE

Lorenzo Fazio: la mia casa editrice libera


Ha 53 anni e ha fondato Chairelettere, che scopre talenti, fa grandi numeri, tratta argomenti scomodi e pubblica libri spesso al centro del dibattito civile e politico.
Redazione 31 Dicembre 2014 Condividi
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Lorenzo Fazio
Lorenzo Fazio, 53 anni, è l’inventore di Chiarelettere, casa editrice anomala rispetto al panorama italiano: giovane, libera, di successo. Tra gli addetti ai lavori passa per uno col tocco magico. Non è una leggenda del tutto infondata.

Come nasce Chiarelettere?
Nel 2007 la Rizzoli decise di ritrasformare la Bur in una collana, togliendole l’autonomia di cui godeva. Decisi che all’età di 50 anni potevo cimentarmi in qualcosa di mio. Così progettai una casa editrice concepita in modo diverso: non solo un contenitore di libri ma un polo di contenuti multimediale dove gli autori venissero valorizzati e messi in condizione di esprimersi a più livelli, su più piattaforme. Ne parlai con il gruppo MauriSpagnol che aderì al progetto. Così fondammo Chiarelettere.

Il nome della casa editrice appare come una dichiarazione di intenti. Chi lo ha scelto?
Tra i tanti nomi papabili stavamo impazzendo. Quelli strani non mi sono mai piaciuti. Poi una notte scelsi Chiarelettere. Era perfetto per rappresentare lo spirito di questa casa editrice e di noi stessi. Ci occupiamo di attualità e di problemi sociali e ci rivolgiamo a coloro che vogliono saperne di più. Possiamo usare la libertà come vogliamo, a patto che i conti tornino.

Gli argomenti da trattare sono scelti a tavolino dall’editore o li propone lo scrittore di turno?
Spesso arrivano proposte. Altre volte, invece, siamo noi a chiedere agli scrittori di trattare temi che non hanno trovato spazio su giornali, riviste o altri libri. Lavoriamo a stretto contatto con gli autori dando la giusta importanza a tutti gli aspetti: non solo il contenuto dell’opera ma anche titolo, copertina, sottotitolo e quarta di copertina. Ogni parola è decisiva per colpire l’attenzione del lettore.

Chiarelettere è solo l’ultima sua fatica professionale. La sua carriera nel campo dell’editoria inizia trent’anni fa alla Marietti. Cosa le ha insegnato?
Arrivai nel 1982 e collaborai con don Antonio Ballettoper trasformare la casa editrice da pontificia a laica. Fu una grande esperienza che mi aiutò a pensare alla religione non più come a una confessione ma come a un’esperienza, la più ampia possibile, di libertà individuale e di confronto.

Poi, nell’ordine, Einaudi, Bompiani.
Arrivai in Einaudi in un momento bruttissimo. La società era stata commissariata ed era reale il rischio di chiusura. Mi trovai di fronte a grandissimi autori come Primo Levi e Mario Rigoni Stern. Fu difficilissimo convincerli a restare. Dovevamo salvare la storia e il prestigio della Einaudi. L’esperienza alla Bompiani mi permise invece di comprendere i meccanismi del mercato editoriale e l’importanza di valorizzare un libro in ogni modo.

Siamo al ritorno all’Einaudi e alla conquista di un pubblico nuovo. Come ci è riuscito?
Tornai alla Einaudi in un altro momento drammatico. Riuscii a rilanciare i tascabili facendoli arrivare anche ai lettori non specialisti. In quella collana non c’era quella presunzione, quell’intellettualismo fine a se stesso che una volta caratterizzava Einaudi. Il mio motto era: cerchiamo di fare libri necessari e guardiamo ai giovani, abbassando i prezzi. Grazie ai tascabili e alla collana Stile r riuscimmo a sistemare i conti e ancora oggi Einaudi è una casa editrice che va bene e guadagna.

Nel 2003 l’approdo al gruppo Rcs e la direzione della Bur.
È stata un’altra scommessa. Pensai che l’occasione di rilancio di una collana storica come la Bur potesse rappresentare una bella sfida. La trasformai, anche graficamente, e lanciai nuove collane come Futuro Passato e Senza Filtro. Iniziai a proporre opere di autori come Sabina Guzzanti e Michele Santoro che ci permisero di conquistare un pubblico nuovo. Investii poi sui bravi giornalisti del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera dando spazio anche ad autori che all’epoca non ne avevano come Marco Travaglio e Peter Gomez. I numeri furono eccezionali.

Chiarelettere nasce nel 2007, in un’Italia già fortemente divisa politicamente e alle prese con un sistema di informazione in crisi. Due anni dopo compare anche Il Fatto Quotidiano. Vent’anni fa avrebbero ottenuto lo stesso successo?
Vent’anni fa non c’era Berlusconi, è vero. Ma i dubbi sull’informazione libera ci sono sempre stati. È inutile che i direttori dei grandi giornali dicano di essere al servizio dei lettori: non è vero. Molti giornalisti sono costretti a scendere a compromessi.

Ricevete pressioni forti?
Capita spesso. Non minacce preventive ma querele a libro pubblicato e, a volte, anche qualcosa di più grave: quando è uscito “Nel paese dei Moratti” di Giorgio Meletti, nel quale si ricostruisce la tragedia di Sarroch del maggio 2009, la famiglia Moratti ha fatto sapere che avrebbe querelato chiunque avesse diffuso i contenuti del libro. Una minaccia molto grave nei confronti della libertà di stampa.

Come si affronta un problema simile?
Ho paura che lo affronteremo in tribunale. Loro sono molto forti, io no… Pazienza. Del resto anche le Ferrovie dello Stato ci hanno chiesto 25 milioni di euro di risarcimento. È chiaro che questi poteri forti cercano di intimidire chi fa il suo mestiere di editore libero.

Nel 2009 fonda Il Fatto Quotidiano. Vi aspettavate un successo simile?
Onestamente no. Ma siamo partiti con un’idea, la stessa idea di Chiarelettere: siamo liberi, abbiamo il vantaggio di poter raccontare quello che vogliamo, quello che gli altri non riescono a scrivere. Questo, oggi, permette persino di far quadrare i conti. É strano ma il mercato premia la libertà. Chi è libero ha più mercato degli altri anche se ha meno strumenti e meno armi. Anche Il Fatto online ha raccolto risultati sorprendenti: arriviamo a punte di 300mila contatti unici al giorno. Uno zoccolo duro di lettori e pensatori forti, insomma, c’è. Lo abbiamo intercettato, convinti che gli italiani non fossero tutti berlusconizzati o indifferenti alla verità.

Il Fatto funzionerà anche quando uscirà di scena Silvio Berlusconi?
Berlusconi ha radicalizzato la politica ma viviamo in un Paese pieno di conflitti di interesse. C’è molto da lavorare indipendentemente da lui. I problemi sono tanti: penso soprattutto al dramma dei più giovani, che si domandano cosa ci stanno a fare in Italia. Un editore non può fare finta di niente.

Il vostro giornale cresce costantemente. Puntate a diventare grandi?
La campagna acquisti nei giornali è normale. Abbiamo preso Vittorio Malagutti dell’Espresso, Giorgio Meletti, ex Corriere della Serae La7, Ferruccio Sansa della Stampa. Per noi il fatto che firme così importanti abbiano preferito il nostro giornale ad altre realtà, è motivo di grande orgoglio. Ne arriveranno altri perché il massimo, per un giornalista, è riuscire a scrivere in modo libero. E questa è la nostra forza.






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