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DIBATTITI

L┤euro ha perso valore. Quali sono le conseguenze?


Le misure della Banca Centrale Europea per favorire l┤inflazione hanno portato l┤euro ai livelli del dollaro. Questo scenario nasconde insidie ed opportunitÓ, ora tocca ai governi degli stati membri.
Francesco Vergendo 13 Marzo 2015 Condividi
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fonte: tg24.sky.it
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Negli ultimi giorni l´euro è sceso quasi ai liveli del dollaro. Questo è dovuto al cosiddetto quantitative easing, un programma per favorire l´inflazione e ricominciare a spingere sugli investimenti. Tutto questo, nonostante le forti perplessità della Germania.

Il quantitative easing, in concreto, è l´azione, da parte della Banca Centrale Europea, di acquisto sul mercato secondario di titoli di stato, per un valore di 60 miliardi di euro al mese fino almeno al settembre 2016. In questo modo la quantità di moneta presente sul mercato aumenta ed il valore reale di essa scende.

Quali sono le conseguenze di tutto questo? Ovviamente questo fenomeno porta con se dei pro e dei contro, da valutare con attenzione tenendo conto soprattutto del contesto in cui ci si trova di fronte. L´euro perde valore, perciò sarà più facile per le aziende italiane esportare all´estero (soprattutto sul mercato extracomunitario), in quanto i paesi compratori troveranno i prezzi italiani più vantaggiosi. Allo stesso tempo sarà uno svantaggio per le importazioni, poiché il prezzo reale delle merci sarà più alto.

L´ulteriore effetto è quello di agire sull´inflazione, considerata troppo bassa e che ultimamente ha anche raggiunto il segno meno (quindi da considerarsi deflazione). Le misure della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse, portati già al minimo storico, sono servite a poco, perciò si riteneva servisse una misura ancora più drastica.

La deflazione crea un circolo vizioso, per cui scendendo i prezzi calano le entrate dell´azienda. Calando le entrate dell´azienda, essa rinuncia ad assumere, oppure comincia a licenziare, alimentando una catena destinata a ripetersi. Un´inflazione controllata serve ad evitare questo circolo vizioso. Inoltre, i parametri europei su cui si calcola il cosiddetto “fiscal compact”, tengono conto del Pil nominale, cioè del Pil calcolato tenendo conto dell´inflazione. Perciò, più alta è l´inflazione (sempre entro limiti di sicurezza) e meno soldi lo stato italiano è tenuto a dare all´Unione Europea. Una deflazione, al contrario, aumenterebbe i soldi che lo stato italiano sarebbe tenuto a garantire all´Unione Europea.

Ma non è tutto rose e fiori, perché oltre alle questioni economiche bisogna tener conto delle questioni politiche. Infatti, una delle critiche alla mossa della BCE riguarda lo stimolo a “fare debito” che queste misure posso creare. Una classe politica, incapace di compiere scelte importanti e in certi casi impopolari, potrebbe utilizzare questo ossigeno per effettuare manovre espansive fuori controllo, con lo scopo di non perdere consenso, con il rischio di peggiorare la situazione attuale. I cosiddetti “falchi tedeschi” fanno leva su questo tipo di motivazione. Da qui nasce il classico motto “riforme in cambio di flessibilità”. Gli occhi sono puntati soprattutto su Grecia ed Italia.

Le politiche monetarie espansive hanno prodotto ottimi effetti in Giappone e negli Stati Uniti, ma alcuni economisti ritengono che le diverse condizioni dell´economia europea possano rendere dannosa la soluzione. Negli Usa le imprese si finanziano direttamente in borsa, mentre in europa c´è bisogno dell´intermediazione bancaria, quindi i liquidi immessi sul mercato non sono “a pioggia” sull´economia, ma hanno bisogno del passaggio successivo a carico delle banche, su cui si appoggiano soprattutto le piccole e medie imprese. Inoltre, gli Usa hanno a disposizione uno Stato centrale garante, cosa di cui l´Unione Europea ancora non dispone.

Perciò, quello che si può dire è che la Banca Centrale Europea si è messa in azione. Il “Whatever it takes” di Mario Draghi ha raggiunto il suo picco in queste settimane, le politiche di austerity potrebbero essere giunte al capolinea. Solo il futuro potrà dirci se ad una politica monetaria espansiva, corrisponderà una volontà di riforme ed investimenti da parte degli stati membri in grado di sfruttarne gli effetti.



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