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INTERVISTE

Intervista a Susi Pelotti: prevenire la violenza sulle persone fragili


Prevenire il fenomeno della violenza su persone in etÓ avanzata: il gruppo di ricerca della professoressa Pelotti lavora per definire e rendere operative le procedure di prevenzione e indagine su un fenomeno in costante crescita.
Redazione 13 Maggio 2015 Condividi
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Il fenomeno della violenza in età avanzata è sommerso, ma in crescita costante. Quali sono gli ultimi dati?
Innanzitutto si deve sottolineare che il problema della violenza in età avanzata non è stato affrontato al pari della violenza contro le donne e i bambini, e solo in anni recenti a livello internazionale è stata considerato un fenomeno diffuso, ma sottostimato e meritevole di attenzione da parte della comunità scientifica. Sappiamo che la violenza non conosce confini, esiste in ogni paese e in ogni cultura, ma gli studi statistici sono limitati, spesso non confrontabili, il numero di denunce all’Autorità Giudiziaria è molto scarso e la definizione stessa di violenza sull’anziano non è univoca. Dal recente report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla prevenzione della violenza si apprende che solo il 32% dei paesi europei ha condotto studi statistici in merito. Dagli studi internazionali risulta che tra il 3,2 e il 27,5% della popolazione anziana è vittima del fenomeno e in Italia la percentuale si situa, nelle sue diverse tipologie, attorno al 10-12%. In più, se si tiene conto del rapido invecchiamento della popolazione, il dato statistico è destinato ad aumentare. Ma un dato è certo: quello che appare è solo la punta dell’iceberg.

A cosa serve in questo ambito un approccio specialistico multidisciplinare integrato?
Premessa indispensabile è la distinzione delle diverse tipologie di violenza sulle persone fragili e sugli anziani: fisica, sessuale, psicologica, finanziaria e abbandono (il cosiddetto neglect). I fattori di rischio sono conosciuti e molteplici comprendendo, tra gli altri, i problemi di salute fisica e mentale, la non autosufficienza, il basso reddito, il genere femminile, l’età più avanzata, l’isolamento dell’anziano, la coabitazione, lo stress di chi assiste l’anziano. Al di là dei fenomeni acuti che destano allarme nella società anche per l’eco mediatica, occorre un impegno per combattere anche la violenza più subdola, all’interno delle mura di casa o delle strutture. Sulla base dell’esperienza anche internazionale acquisita nel campo della lotta alla violenza sul bambino e sulla donna, la formazione di un team costituto da clinici, medici legali, psicologi, operatori della giustizia, forze di polizia, associazioni e servizi sociali rappresenta l’approccio strategico ideale sia per il riconoscimento della violenza, la protezione e l’assistenza dell’anziano sia per la prevenzione del fenomeno. Il caso potrebbe riguardare una persona anziana affetta da demenza e da difficoltà a camminare che viene portata in Ospedale e alla visita mostra ecchimosi in varie parti del corpo: è violenza o le lesioni sono da caduta accidentale? Si attiva il gruppo multidisciplinare che valuta le lesioni, la situazione familiare, considera i fattori di rischio, può, se necessario, allertare i servizi sociali e la magistratura. Prendendo in carico la persona, ogni esperto, secondo la propria professionalità ed esperienza apporta le conoscenze specifiche, valuta le risorse esistenti, condivide le scelte e la responsabilità.
 

Quale scopo si prefigge la ricerca Unibo e quali ricadute sociali si attende?
La violenza nei confronti degli anziani rappresenta un problema sociale, economico, di salute pubblica, è un reato, una violazione dei diritti, ma soprattutto è un problema nascosto. Sappiamo anche che la violenza è correlata a un aumento del rischio di morte, disabilità e sfruttamento, con conseguenze negative sul benessere della persona. Prendere coscienza del fenomeno, promuovere l’educazione e la formazione, sviluppare politiche di sostegno e stimolare la ricerca sono gli obiettivi dei governi impegnati nella lotta contro la violenza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità per un invecchiamento attivo, occorre eliminare le situazioni di violenza coinvolgendo i media, gli anziani stessi e le giovani generazioni promuovendo la consapevolezza dell’ingiustizia della violenza sull’anziano. Negli Stati Uniti, attraverso lo sforzo di professionisti provenienti da diverse discipline, la consapevolezza del problema sta aumentando così come lo sviluppo di programmi di ricerca basati sull’approccio multidisciplinare integrato. Lo scopo della ricerca Unibo comprende, oltre all’approfondimento delle conoscenze sul fenomeno nei suoi aspetti qualitativi e quantitativi, lo sviluppo di uno strumento di lavoro multidisciplinare impegnato nell’approntare procedure di gestione dei casi di violenza e nella formazione degli operatori socio-sanitari e del diritto, favorendo anche lo sviluppo di reti di collaborazione internazionale per lo scambio di esperienze con quei paesi che hanno già avviato prassi e metodologie efficaci per combattere il fenomeno. È noto che la violenza ha costi personali in termini di sofferenza e costi sociali altissimi, non solo diretti di ospedalizzazione, accertamenti e visite specialistiche, ma anche indiretti, perché la violenza incide sulla qualità della vita dell’individuo e di tutta la società. La salute delle persone anziane, intesa anche come assenza di violenza, rappresenta una risorsa per le famiglie, le comunità e l’economia.

Come i cittadini possono contribuire all’attività dei ricercatori?
Aumentando la diffusione della consapevolezza del fenomeno, partecipando attivamente a supportare la ricerca e le iniziative pubbliche e private di contrasto al fenomeno. Come rileva l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il contrasto alla violenza contro le persone fragili e anziane è un tema strettamente collegato alla salute pubblica, al rispetto dei diritti umani e alla promozione della solidarietà sociale. In definitiva è un indice del grado di civiltà di un popolo.
(www.unibo.it)

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