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ECONOMIA
Rivoluzione in stand-by

Banche popolari, la politica frena


Costringere le piccole e medie banche cooperative a macro fusioni, imponendo soglie di patrimonializzazione irragionevoli, rischierebbe di distruggere uno dei modelli di credito pi¨ vantaggiosi nel nostro Paese.
Redazione 21 Gennaio 2015 Condividi
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Banca dItalia
La rivoluzione della governance delle banche popolari che dovrebbe arrivare domani in consiglio dei ministri addirittura, secondo alcune voci, sotto forma di decreto legge coglie di sorpresa il mondo politico che chiede cautela e un confronto. Se questa riforma verrà approvata sarà abrogato l┤articolo 30 del Testo unico bancario che nei primi due commi prevede che ogni socio abbia un voto, qualunque sia il numero delle azioni possedute; inoltre nessuno, direttamente o indirettamente, può detenere azioni in misura eccedente l┤1% del capitale sociale, salva la facoltà statutaria di prevedere limiti più contenuti, comunque non inferiori allo 0,5%.

La cancellazione di questa norma renderebbe quindi molto più appetibili le banche popolari nell┤ottica di fusioni future o dell┤ingresso nel capitale da parte di investitori istituzionali. Il mercato già festeggia (Bper +11,35%, Bpm +12,70%, il Banco Popolare +8,65%), Ubi Banca +8,87%, Popolare di Sondrio +5,86%, Credito Valtellinese +7,86%) perché si aspetta futuri M&A e la creazione di sinergie in un segmento attualmente molto frammentato: si contano infatti 70 banche popolari in tutta Italia.

Ma il mondo politico frena. "Occorre che il governo proceda con grande prudenza e senza superficialità nella riforma del credito cooperativo. Qualche intervento nel campo delle grandi banche popolari può avere un senso", ha affermato oggi Lorenzo Dellai, presidente del gruppo parlamentare Per l┤Italia-Centro Democratico alla Camera, sottolineando "che costringere le piccole e medie banche cooperative a macro fusioni, imponendo soglie di patrimonializzazione irragionevoli, rischia invece di distruggere uno dei modelli di credito che nel nostro Paese ha avuto ed ha un ruolo importante nello sviluppo locale e nella tenuta del sistema sociale, indebolendo il legame con il territorio e con le componenti civili e sociali che lo animano".

Oltretutto, ha proseguito Dellai, non tutto ciò che è grande nel mondo del credito è anche automaticamente efficiente e trasparente. Giusto, dunque, rafforzare gli strumenti di garanzia in linea con la tendenza a livello europeo, ma occorre che le misure siano proporzionate e di buon senso e non pensate o utilizzate per cancellare una presenza essenziale, soprattutto in alcune parti del Paese, per la "democrazia economica".

Non si può quindi, ha incalzato anche il vicepresidente del Senato ed esponente di Forza Italia, Maurizio Gasparri, varare un decreto per stravolgere l┤assetto delle banche cooperative e popolari. "I decreti si usano per i casi di necessità e urgenza. In questa materia al massimo il governo potrebbe proporre un disegno di legge per intavolare un confronto". Anche Daniele Capezzone, presidente della commissione Finanze della Camera, si è chiesto quali siano i requisiti di necessità, straordinarietà e urgenza per intervenire con un decreto, peraltro in una situazione in cui le funzioni di Capo dello Stato sono svolte dal presidente del Senato.

In realtà, come tanti, Gasparri si è domandato se si voglia rendere scalabili queste banche "per metterle al servizio di qualche insano progetto di puntellamento del disastro Monte dei Paschi di Siena". Meglio giocare a carte scoperte. E comunque il vicepresidente del Senato ha ribadito che lo strumento del decreto in un caso del genere "è inimmaginabile. Le banche cooperative e popolari vanno rispettate e salvaguardate, non massacrate con interventi dissennati". Ed è lo stesso Stefano Fassina, oggi uno dei punti di riferimento della minoranza interna al Pd, a sperare che quanto riportato da alcune testate sulla riforma delle popolari, sulla base di un passaggio disinvolto del presidente del Consiglio nella riunione di venerdì pomeriggio della direzione nazionale del Pd, non corrisponda al vero.

Se fosse vero, ha denunciato Fassina, "una riforma simile sarebbe un danno gravissimo all┤economia nazionale" e non solo per le banche interessate perché le piccole e medie imprese e le famiglie italiane hanno trovato, negli ultimi anni di crisi, proprio nella banche popolari e nelle banche di credito cooperativo l┤unico canale di approvvigionamento di credito ancora attivo. E lo dimostrano i dati.

Dal 2010 al 2013 gli impieghi verso le imprese e le famiglie italiane sono diminuiti in Italia di 52 miliardi, ma analizzando solo il comportamento delle banche cooperative e popolari sono aumentati di 6,3 miliardi. Per questo cancellarle sarebbe un grave danno al sistema all┤economia reale, alle pmi e alle famiglie, oltre a colpire uno dei pochissimi "punti di democrazia economica che il nostro Paese conosce", ha aggiunto l┤ex responsabile economico del Pd.

Tutto ciò non avrebbe senso perché l┤obiettivo "è fare un ennesimo regalo alle grandi istituzioni finanziarie multinazionali, che arriverebbero a controllare anche il nostro credito diffuso con effetti ovviamente pesantissimi sulle piccole imprese". Sarebbe altrettanto surreale se una simile riforma venisse proposta per decreto, senza alcuna ragione di urgenza, e in una fase di una supplenza al Quirinale. Insomma, la speranza di Fassina è che alla base di questa voce ci sia un incidente di comunicazione. Altrimenti vorrebbe dire che, dopo la delega lavoro e dopo il decreto fiscale che premia i grandi evasori, vi sarebbe ora anche un regalo alle grandi banche d┤affari multinazionali.

Fonte: Milano Finanza



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